Il quaderno dei nomi perduti di Sofia Lundberg

Titolo: Il quaderno dei nomi perduti

Autore: Sofia Lundberg

Casa Editrice: DeA Planeta Libri

Anno di edizione: 2018

Pagine: 377

Prezzo: 17,34 euro

Autore della recensione: Silvia Menini

Il quaderno dei nomi perduti di Sofia Lundberg è un romanzo delicato e profondamente emotivo che accompagna il lettore attraverso l’intera vita della sua protagonista, Doris, intrecciando memoria, amore e perdita in un racconto intimo e malinconico.

La storia si apre con Doris ormai novantaseienne, sola nel suo appartamento a Stoccolma. Il suo unico legame con il presente è la nipote Jenny, che vive lontano, ma con cui mantiene un rapporto affettuoso. Tra gli oggetti che custodisce con più cura c’è un vecchio quaderno rosso, ricevuto dal padre quando era ancora bambina. In quel quaderno Doris ha annotato, nel corso degli anni, i nomi delle persone che hanno segnato la sua vita. Accanto a molti di questi nomi compare una X, simbolo della loro scomparsa. È proprio da questo semplice gesto, annotare e poi cancellare, che prende forma l’intero romanzo.

Sentendo il peso degli anni e la vicinanza della fine, Doris decide di trasformare quel quaderno in un racconto, ripercorrendo uno dopo l’altro i volti, gli incontri e le storie che hanno definito la sua esistenza. Il lettore viene così trasportato nel passato, seguendo Doris dall’infanzia difficile fino alla giovinezza segnata da sogni, sacrifici e grandi cambiamenti. La sua vita attraversa città, epoche e momenti storici complessi, tra Parigi e New York, tra guerra e rinascita, mostrando come ogni incontro abbia lasciato un segno indelebile.

La struttura del romanzo è costruita proprio su questo continuo dialogo tra presente e passato. Ogni nome nel quaderno diventa una porta aperta su un ricordo, e ogni ricordo contribuisce a comporre il mosaico della vita di Doris. Questo andamento frammentato non rende la narrazione dispersiva, ma anzi restituisce con grande autenticità il modo in cui funziona la memoria: non lineare, ma fatta di associazioni, emozioni e immagini improvvise.

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il modo in cui affronta il tema dell’identità. Doris, ormai anziana, sembra esistere soprattutto attraverso i suoi ricordi. Il quaderno diventa allora qualcosa di più di un semplice oggetto: è la prova concreta che una vita è fatta di relazioni, di incontri, di persone che ci trasformano. In questo senso, Lundberg suggerisce che non siamo mai davvero soli, perché portiamo dentro di noi tutte le storie che abbiamo vissuto.

L’amore, in tutte le sue forme, è un altro tema centrale. Non si tratta soltanto di amore romantico, ma anche di affetti familiari, amicizie, legami fugaci e profondi. Ogni relazione lascia un’impronta, anche quando finisce o viene spezzata dalle circostanze. Il romanzo non nasconde il dolore della perdita, ma lo racconta con una delicatezza che lo rende quasi necessario, come parte integrante della vita stessa.

Il tempo scorre inesorabile tra le pagine del libro, ma non è mai percepito come qualcosa di vuoto o insignificante. Al contrario, ogni fase della vita di Doris acquista valore proprio perché destinata a finire. La sua storia personale si intreccia anche con eventi storici più ampi, ricordando al lettore quanto le vicende individuali siano spesso influenzate dal contesto in cui si svolgono.

Lo stile di Sofia Lundberg è semplice, ma capace di evocare immagini molto vivide. La scrittura è scorrevole e accessibile, ma non per questo superficiale: riesce infatti a trasmettere emozioni profonde senza risultare eccessivamente pesante. In alcuni momenti il tono può sfiorare il sentimentalismo, ma nel complesso mantiene un equilibrio che rende la lettura coinvolgente.

Ciò che resta, una volta chiuso il libro, è una riflessione sottile ma potente su ciò che davvero conta. Non sono gli eventi straordinari a definire una vita, ma le persone che incontriamo lungo il cammino. Il quaderno di Doris diventa così una metafora universale: ognuno di noi, in fondo, porta con sé una lista invisibile di nomi che raccontano chi siamo stati.

Il quaderno dei nomi perduti è quindi un romanzo che parla di memoria e di eredità, di ciò che resta quando tutto il resto svanisce. È una lettura che invita a fermarsi, a ricordare e forse anche a dare più valore ai legami quotidiani, quelli che spesso diamo per scontati ma che, col tempo, diventano la parte più importante della nostra storia.

Abbinamento (Sommelier Silvia Menini)

Per un romanzo come Il quaderno dei nomi perduti, così intimo, malinconico e stratificato nel tempo, l’abbinamento ideale dovrebbe rispecchiare proprio queste caratteristiche: un vino elegante, complesso, capace di raccontare una storia sorso dopo sorso.

Tra le opzioni più azzeccate, sceglierei senza esitazione un Barolo. È un vino che, come la vita di Doris, ha bisogno di tempo per esprimersi pienamente. I suoi tannini decisi, l’acidità viva e i profumi che evolvono con gli anni — dalla rosa appassita al cuoio, fino alle note più terrose — richiamano perfettamente il tema della memoria e del tempo che attraversa tutto il romanzo. È un vino che invita alla riflessione, proprio come il libro.

Un vino che non si beve distrattamente: richiedono tempo, attenzione e una certa predisposizione emotiva. Esattamente come il libro. Se dovessi riassumere l’abbinamento in una sensazione, direi questo: un calice importante, da sorseggiare lentamente, magari la sera, mentre si ripensano le storie e i nomi che, proprio come nel quaderno di Doris, hanno lasciato un segno nella nostra vita.

Azienda: Scrimaglio

Vino: Barolo

Tipologia: Rosso

Denominazione: Barolo DOCG

Vitigno: nebbiolo 100%

Annata: 2020

Gradazione: 14,5%

Temperatura di servizio: 16/18°C

Vista: Rosso granato luminoso alla vista

Olfatto: regala al naso intensi profumi di ciliegia e lampone sotto spirito, che si uniscono a sfumature floreali, al tabacco e alle spezie.

Gusto: Bocca calda e avvolgente in ingresso, che rivela un tannino solido e integrato nel corpo.

Abbinamenti: Ottimo con brasati, selvaggina e formaggi a lunga stagionatura.

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