Giusella De Maria. L’intervista.

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Come e perché hai deciso di scrivere questo libro? Cosa ti ha ispirata?

E’ nato da un racconto che ho buttato giù un paio d’anni fa. Mi era capitato di leggere su internet il decalogo dei sintomi allarmanti per capire se hai un ictus in atto, il che avrebbe salvato la vita di una signora appena morta di attacco ischemico, perché non aveva compreso la gravità di quell’improvvisa difficoltà di linguaggio che l’aveva assalita. Sulle prime fui turbata dalla notizia e cominciai a leggere attentamente i consigli… tirare fuori la lingua e vedere se ondeggia, formulare una semplice frase a voce alta, alzare le braccia sulla testa… poi cominciai a ridere così forte che non riuscivo a fermarmi… lo trovai geniale, quel decalogo. La scintilla di un racconto umoristico. Che poi decisi di far diventare un romanzo sull’ipocondria, il male del secolo.

 

Quanto tempo hai passato a scrivere il romanzo? A quali difficoltà sei andata incontro?

L’ho scritto in quattro mesi. Ricordo che andavo in palestra e mentre saltellavo sullo step ridevo da sola immaginandomi le scene che avrei scritto la sera… è stato un bel periodo. Ma non sono mancate le difficoltà. Quando decidi d’intraprendere la narrativa umoristica devi sapere che ti stai cacciando in un brutto affare, una faccenda pericolosa. L’umorismo è una cosa seria, ed è per questo che il rischio di cadere su scivoloni comici o banali è dietro l’angolo. Ma io ero intenzionata a trasmettere un messaggio serio e a tratti drammatico nel più efficace e audace dei modi: l’umorismo, appunto. Quello più classico del termine, di Pirandello e Ariosto, per intenderci…

 

Come evolve il personaggio di Nina?

Nina è una donna forte. Indipendente, tenace, una che cambia radicalmente vita trasferendosi dall’America alla Costiera sorrentina completamente sola. E’ un’imprenditrice, una chef che ha un catering tutto suo ed esattamente come lei lo desidera: multi target ed incontaminato. Il suo limite è l’invalidante, costante paura di ammalarsi fatalmente, l’ipocondria appunto. Ma sarà la riscoperta della vita il senso in cui il suo personaggio si stancherà di pensare alla morte.

Anche se, si sa, chi nasce tondo…!

 

Quanto c’è di te in Nina?

Un bel po’. Le mie sorelle quando l’hanno letto mi hanno detto : “sembrava di sbirciare nel tuo diario!”. Sarebbe difficile per me il contrario, la mia scrittura nasce quasi sempre dalla trasfigurazione di cose che ho vissuto o di cui ho esperienza, lavorandoci su di fantasia.. Anche se, come dice Richard Bach, “Il resto non avrei potuto inventarlo neanche se ci avessi provato. La verità non era plausibile abbastanza per esser frutto della fantasia”. Grande Richard.

 

Parlando di te:

Cosa significa per te essere scrittrice? Come è iniziata la tua avventura?

Ah, la mia avventura. E’ nata con me, più di trent’anni fa. Insieme ai miei occhi grandi, il mio disordine cronico e la mia incapacità di disegnare qualsiasi cosa. Mi piaceva inventare storie, rendevano la vita più interessante. Ne raccontavo così tante che si faceva fatica a capire se stessi raccontando qualcosa di vero o meno… Essere scrittrice è una vocazione. Come diventare suora. E’ una missione, secondo me. Sai che il tuo compito è quello di tenere viva negli esseri umani la capacità di sognare ed emozionarsi. Sempre. E’ cominciata vincendo un premio letterario della Commissione Europea, il Nanà, l’editore Avagliano poi lo pubblicò ed ebbe un grande successo, “Suona per me”.

 

Qual è la cosa migliore di essere una scrittrice? Quale la cosa peggiore?

La cosa migliore è avere il privilegio enorme di poter veicolare le proprie idee e le proprie storie a tante persone. La peggiore è essere uno scrittore e non comprendere i doveri intellettuali verso i lettori che questo privilegio comporta.

 

Qualche consiglio per chi vorrebbe seguire il tuo esempio?

Essere autocritici, sempre. E non inviare manoscritti a raffica perché è inutile. Piuttosto, farsi valutare da un agente letterario o partecipare a un premio. E’ un buon inizio

 

Quali erano le sfide a cui sei andata incontro nel pubblicare il tuo libro?

La sfida più grande è stata quella di pubblicare, da quasi esordiente,con la più grande casa editrice italiana. Il rischio maggiore era quello di essere schiacciata da titoli e autori famosi, ma direi che ho tenuto testa, tra gli scaffali delle librerie… o almeno spero!

 

Un progetto per il futuro

Vorrei riprendere la penna al più presto e scrivere questa storia che mi frulla nella testa, prima che diventi schizzofrenica e i personaggi mi picchiettino sulla spalla per strada o mentre sono a lezione. Ne ho ancora di cose da dirvi!

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