Un Vinitaly a 360 gradi

di Antonio Freda
Come da tradizione, sono stati due giorni molto intensi e interessanti quelli trascorsi al Vinitaly, favoriti tra l’altro da un clima abbastanza fresco che ci ha permesso di arrivare alla conclusione in condizioni fisiche dignitose. Senza dubbio quest’anno il filo conduttore è stata la diversità: esperienze e degustazioni che hanno spaziato dal classico all’innovativo, dal famoso al meno sconosciuto, capaci a volte di sorprenderci e  di alimentare a prescindere la nostra passione per il vino. Vi proponiamo dunque alcuni dei nostri “appunti di viaggio”.
Quella frizzante dozzina
thumbnail_20190408_114630Ma come, andate al Vinitaly e come prima cosa ci parlate di vini stranieri? Eh, ma lo Champagne è lo Champagne: come gli ospiti stranieri al Festival di San Remo, se sono azzeccati riescono a dare un tocco di prestigio in più alla manifestazione. Ne abbiamo degustati dodici, scelti da Francois Gilbert, curatore insieme al socio Gaillard di una rinomata guida e di un concorso internazionale di vini: cinque Blanc de Noirs, sei Blanc de Blancs e solo una cuvèe composta dai tre vitigni classici pinot nero, pinot meunier e chardonnay. Interessante la scelta di iniziare dai più intriganti e intensi Blanc de Noirs thumbnail_20190408_115012per poi allietare il palato con i Blanc de Blancs più diretti, freschi e cremosi. Una selezione nel suo complesso eccellente e variegata, dalla quale vi segnaliamo un paio di nomi con un rapporto qualità-prezzo neanche troppo proibitivo (siamo nella fascia 50-75 euro): l’opulente ma equilibrato Brut Grand Cru Les Hauts Chemins 2007 di Maurice Vesselle, a base di pinot nero, e il profumatissimo e intenso Extra Brut 2008 di Ployez-Jacquemart, a base di chardonnay.
IMG_20190409_192314_299Una coppia piccante
Prendi due vicini di un piccolo paesino della Slovenia, uno esperto produttore di vini e uno appassionato di peperoncini e spezie piccanti; metti che a quest’ultimo, durante un Chili Festival, venga in mente una strana idea e al suo ritorno in patria la condivida con l’altro… sono passati cinque anni e il Chilli Wine, primo vino al mondo prodotto con infusione di sei diverse varietà di peperoncino durante la fermentazione, ha attraversato l’oceano per fare breccia anche nel mercato americano.
Potrà piacere o meno, ma almeno un assaggio è d’obbligo per vivere un’esperienza originale. Al naso i sentori di un vino normale: più aromatici e delicati nella versione bianco (un blend di moscato giallo, sauvignon e riesling), più intensi e fruttati nella versione rosato. In bocca l’ingresso è dolce, favorito dal residuo zuccherino, ma ecco che la situazione si fa subito piccante: dopo aver deglutito, un pizzicore dalla base della gola comincia a farsi strada fino ad accendere la passione, almeno questo è l’auspicio dei produttori…
thumbnail_20190409_145642Più classico del Chianti Classico
Sono passati trecento anni dal bando del Granduca di Toscana Cosimo III che fissò i confini della zona di produzione del Chianti, un vino che già allora riscuoteva successo e che non lo ha mai perso nel corso dei secoli. Cosa c’è dunque di più classico da degustare se non proprio un bel Chianti Classico? Ci siamo concentrati sulla versione Riserva del 2016, un’annata già definita eccezionale e confermata anche dai nostri assaggi: a questo punto c’è solo da sbizzarrirsi, perché le diversità dei terreni presenti nelle zone di produzioni e i differenti stili di produzione hanno generato un panorama variegato in grado di soddisfare la più ampia platea di palati. Preferite un Chianti di grande spessore e personalità, con profumi intensi e dei tannini ancora scontrosi ma saporosi? Bibbiano o Castello Monterinaldi possono essere la cantina per fa per voi. Preferite un sangiovese più equilibrato, che si avvicini di più al suo “cugino” di Montalcino? Provate il Dofana della Fattoria Carpineta Fontalpino. E se siete amanti dei vini caldi e morbidi, dalla trama fitta e avvolgente, dirigetevi verso Casaloste.
IMG_20190409_192314_300In fondo al mar…
Forse un giorno diremo che il vino buono non sta solo nella botte piccola, come da vecchio adagio, ma anche negli abissi marini, perché stiamo parlando di una tecnica di affinamento nata di recente ma che sta riportando dei primi interessanti riscontri. Sembra infatti che l’immersione in profondità delle bottiglie attribuisca al vino più longevità e morbidezza rispetto alle medesime bottiglie rimaste sulla terraferma; per quanto riguarda gli spumanti, poi, la pressione interna verrebbe attenuata dalla contrapposta pressione marina che aumenta mano a mano che si scende, fino a neutralizzarsi ai meno 50-60 metri, favorendo l’evoluzione del vino. E proprio di quest’ultima categoria vogliamo citarvi tre ottime espressioni. Abissi di Bisson: metodo classico prodotto da bianchetta genovese, vermentino e cimixa, affinato a 60 metri di profondità al largo di Portofino. Akènta di S. Maria La Palma: da Alghero un metodo Charmat extra dry immerso fino a 40 metri. Champagne -52 Underwater Privilege di Cloe Marie Kottakhs: un Blanc de Noirs pas dosé proveniente dalla Cote de Bar ma immerso nelle acque liguri. Di questo trio non vi sveliamo nessun aspetto degustativo, perché saranno sicuramente protagonisti dei prossimi abbinamenti del Cavalibri…
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